Inòpia verborum

Mi chiedevo, quante volte abbiamo abusato delle parole?

Ci avete mai pensato?

Non fraintendetemi, non  voglio sapere se siete rissosi, se siete avvezzi allo sproloquio, ai concioni o alle castronerie, ma se siete consapevoli della trappola in cui ci fa scivolare il nostro bell’idioma a causa di “inòpia verborum“, di assenza  di parole!

Inconfutabilmente  la nostra lingua è ricca e opulenta,  circa 670.000 lessemi, eppure contiene  delle falle, dei buchi neri: oggetti o particolari di oggetti, di uso quotidiano, orfani di un loro nome specifico.

 Ed è una mancanza che si  dilunga con fare indolente per secoli. 

Come ce la siamo cavata finora per intenderci sui “senza nome” ?

Ignorarli non potevamo certo , troppo di uso comune; siamo ricorsi allora per indicarli ad un ornamento linguistico lezioso, la metafora. Abbiamo prelevato una parola già esistente da un altro oggetto con cui s’intravedeva una certa somiglianza  e l’abbiamo prestata al nostro oggetto innominato. Forse nutrendo l’illusione prima o poi di partorire un nome definitivo, si è andati avanti trascinando quella metafora  che invece un nome ce l’ha  ed è quasi un’ ammissione di colpa:  catacrési, che in greco significa  “operare un abuso“.  L’abbiamo talmente logorata  da restarne assuefatti, tanto da non percepirne più la vera origine, fino a che   inevitabilmente la metafora  si è spenta

Non la riconosciamo più così confusa e opaca nella massa di parole.

Anche se si tratta di abuso che continuiamo a perseguire inconsapevolmente,  nessuno  mai ci accuserà per ciò di vilipendio o appropriazione indebita; nessuno tra i banchi di scuola ce  lo segnerà mai in rosso come errore. Seguiteremo a farne uso fino a che non nasceranno inedite  parole sostitutive.

E quando questo  finalmente  avverrà le gambe del tavolo potranno fregiarsi di una propria dignità, il collo della bottiglia  risplendere per il nuovo conio,  il braccio di una lampada cedere volentieri il peso al nuovo venuto, i piedi di un albero o  di una montagna  conquistare una propria autonomia.

Ad onor del vero alcuni abusi  si sono dissolti nel tempo;

in virtù di questo i denti del pettine  o della forchetta si  sono convertiti in i rebbi,  il letto del fiume è divenuto  alveo.

Cosa ne sarà degli altri? 

Dovremmo pungolare la tanto celebrata creatività italiana  per riuscire ad assegnare ad essi nomi nuovi di zecca …oppure arrendersi e cedere il compito a  quei bambini che, come si evince dal recente “petaloso” giro di cronaca,  hanno molte più risorse di noi adulti  atrofici?

Basta procrastinare, è tempo di agire, liberiamo dunque il tavolo dalle troppe gambe!

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Inòpia verborumultima modifica: 2016-02-28T11:14:47+00:00da WIDE.RED
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10 pensieri su “Inòpia verborum

  1. Da piccolo, alle prime classi elementari, ricordo era frequente, qualora non si ricordasse il nome di qualche compagnetto, chiamarlo semplicemente ” coso o cosa”
    Senza scomodare l’inedia vermorum, si potrebbe adottare questo sistema no?

    • Hai ragione! Accantoniamo quella “inedia vermorum” che sembra una letale forma parassitaria e facciamo come suggerisci tu. E’ un’idea fantastica…magari potresti deliziarci con un sonetto (caudato o rinterzato, decidi tu) in cui fai uso di “cosi” al posto degli abusi da me citati nel post. Te ne aggiungo altri, cosi puoi sbizzarrirti : (tramonto) sul mare- (atterraggio) sulla luna- (lingue) di fuoco- (calzare) un guanto-(stare a cavallo) di un muro.
      Contento di cotanta abbondanza?

  2. Liberare il tavolo dalle troppe gambe? Mmmmhhh le seghiamo? 🙂
    Veramente io i denti del pettine continuo a chiamarli denti del pettina, così come il letto del fiume, è più…poetico 🙂
    Non so se è vero ma il nuovo termine coniato dal bambino “petaloso” sembra ci fosse già una corrispondenza nel dizionario inglese, così ho letto. Noi qui si arriva sempre in ritardo.

    • Guarda Arwn…che questa si chiama reiterazione di reato! Le pene sono terribili.
      Potresti ritrovarti un tavolo con gambe vere che ti circola per casa e le forchette con denti da vampiri che mirano al tuo collo. Pentiti finché sei in tempo!:-))
      Sì, dicono che “petalous” già esista in inglese, ma intanto nel mio dizionario non lo trovo.
      Ma forse è datato.

  3. Ti regalo una chicca
    di Gianni Rodari

    La palma della mano
    i datteri non fa.
    Sulla pianta del piede
    chi si arrampicherà?
    Non porta scarpe il tavolo,
    su quattro piedi sta.
    Il treno non scodinzola
    ma la coda ce l’ha.
    Anche il chiodo ha una testa,
    però non ci ragiona:
    la stessa cosa capita
    a più d’una persona.

    • Wowwww…una chicchissima azzeccatissima!
      Ecco , bravo…aggiungiamo anche tra gli abusi “la palma della mano”,
      “la pianta del piede”, “la coda del treno”, “la testa del chiodo”.
      Alfredo…tu che nome proporresti per le gambe del tavolo?

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